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Voli a rischio?

Le compagnie aeree hanno carburante per un mese. Poi dipende dalla guerra.

Non è un titolo catastrofista. È quello che stanno dicendo gli operatori del settore in queste ore.

Il problema si chiama Stretto di Hormuz. È una striscia d'acqua larga meno di 50 chilometri tra Iran e Oman, e attraverso di essa transita circa il 20% di tutto il petrolio mondiale. Da quando il conflitto in Medio Oriente si è esteso alle rotte marittime, quella striscia d'acqua è diventata una zona ad altissimo rischio. Le assicurazioni sui carichi sono esplose. Alcune rotte sono già deviate. I tempi si allungano, i costi aumentano.

Il jet fuel — il carburante degli aerei — dipende direttamente da quelle forniture. Non esiste un'alternativa industriale a breve termine. Non esiste un magazzino globale abbastanza grande da coprire uno stop prolungato.

Risultato: SAS ha già ridotto centinaia di voli. Air France-KLM sta lavorando su scenari di emergenza. Diverse compagnie asiatiche hanno avvertito che i voli intercontinentali potrebbero ridursi drasticamente nelle prossime settimane. Il prezzo del jet fuel è raddoppiato in pochi giorni in alcune aree. Il settore ha già bruciato decine di miliardi dall'inizio dell'escalation.

Ma c'è un effetto che in pochi stanno calcolando: gli aerei che atterrano lontano dal loro hub rischiano di non trovare carburante sufficiente per il volo di ritorno. Restano a terra. E quando un aereo resta a terra, si crea un effetto domino — equipaggi fuori posizione, slot aeroportuali saltati, connessioni perse — che si propaga su migliaia di passeggeri in tutto il mondo.

Non stiamo parlando di un inconveniente.

Stiamo parlando di una crisi di sistema.

La guerra in Medio Oriente non è un conflitto lontano che riguarda altri. È già dentro la logistica globale. È già nel prezzo del biglietto che stai comprando. E potrebbe presto essere nel volo che non troverai più.

Un mese, dicono.

Poi si vedrà.

 
 
 

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