Europa dei popoli? Utopia storica
- edenamismo
- 1 gen
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L’Edenamismo guarda con sincero entusiasmo all’idea di un’Europa dei popoli così come concepita da Altiero Spinelli e maturata nel Manifesto e negli accordi di Ventotene. Non per nostalgia ideologica, né per adesione a un europeismo astratto, ma perché in quella visione si intravedeva – forse per l’ultima volta nella storia europea moderna – un tentativo autentico di superare la logica dello Stato-potenza, del nazionalismo competitivo e della sovranità come strumento di dominio. Ventotene nasceva da una ferita: due guerre mondiali, milioni di morti, popoli ridotti a carne da cannone per interessi economici, imperiali e industriali. Da quella ferita Spinelli ebbe il coraggio di trarre una conclusione radicale: finché l’Europa resterà un mosaico di Stati sovrani in competizione, la guerra non sarà un incidente, ma una conseguenza strutturale.
L’Edenamismo riconosce in questa intuizione un’affinità profonda. L’idea di un’Europa dei popoli, federale, sussidiaria, costruita dal basso e non imposta dall’alto, è coerente con una visione che mette al centro la vita concreta, la comunità, l’equilibrio tra l’essere umano e il suo ambiente naturale e culturale. Un’Europa dei popoli non è un super-Stato, ma una rete di comunità vive, autonome, solidali, capaci di cooperare senza annullarsi. È l’opposto dell’Europa tecnocratica e mercantile che abbiamo sotto gli occhi oggi.
Ma proprio qui emerge il nodo: l’Europa dei popoli, nella storia, è rimasta un’utopia. E non per mancanza di idee, bensì per l’ininterrotta continuità di un modello di potere fondato sul profitto, sulla sopraffazione e sul controllo.
Già con Carlo Magno, spesso celebrato come “padre dell’Europa”, assistiamo alla nascita di un’unità costruita con la spada e con la croce, non con il consenso dei popoli. L’Impero carolingio non fu una federazione di culture, ma una struttura gerarchica che impose lingua, religione e ordine politico, cancellando o marginalizzando identità locali. Alla sua dissoluzione non seguì una stagione di autonomia armonica, bensì secoli di frammentazione feudale, guerre dinastiche e conflitti endemici.
Con la nascita degli Stati nazionali moderni, dal XVI secolo in poi, la logica non cambia, si raffina. La sovranità diventa assoluta, il confine sacro, il popolo una massa da mobilitare. Le minoranze etniche, linguistiche e culturali non vengono valorizzate come ricchezza, ma percepite come problema da assimilare o reprimere. Brettoni, baschi, catalani, occitani, sardi, corsi, fiamminghi, sloveni, rom, solo per citarne alcuni, diventano corpi estranei all’interno di Stati che pretendono uniformità per funzionare meglio come macchine fiscali e militari.
Il colonialismo europeo è l’esportazione di questa stessa logica su scala planetaria: profitto, sfruttamento, gerarchia. Le due guerre mondiali non sono una deviazione da questo percorso, ma il suo esito estremo. E anche il secondo dopoguerra, nonostante la retorica della pace, non spezza davvero il paradigma: lo congela, lo riorganizza, lo traveste.
L’Unione Europea contemporanea si presenta come superamento degli Stati nazionali, ma ne replica i vizi su scala più ampia. È un’Europa dei mercati prima che dei popoli, delle regole economiche prima che delle comunità, delle banche centrali prima che delle relazioni umane. La sovranità non è scomparsa: è stata trasferita da parlamenti nazionali a organismi tecnocratici lontani dai cittadini. Le minoranze continuano a essere tollerate solo finché non disturbano l’equilibrio economico. La guerra, lungi dall’essere ripudiata, torna strumento legittimo di politica, finanziata e giustificata in nome di valori astratti.
L’Edenamismo osserva tutto questo con lucidità e disincanto. L’Europa dei popoli, così come immaginata a Ventotene, non è stata tradita da singoli errori, ma da una continuità storica profonda: l’incapacità dell’Europa di rinunciare al dominio come principio ordinatore. Finché l’Europa non avrà il coraggio di mettere al centro la vita, la misura, il limite, la cooperazione non utilitaristica, resterà prigioniera del proprio passato, anche quando finge di esserne uscita.
Forse l’Europa dei popoli è stata un’utopia storica. Ma, come tutte le utopie autentiche, continua a svolgere una funzione essenziale: ricordarci ciò che non siamo stati capaci di essere. E indicare, a chi ancora cammina fuori dal rumore del profitto e della paura, una direzione diversa. Edenamista.








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