Edenamismo, società e tentazioni eremitiche
- edenamismo
- 17 gen
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Se l’Edenamismo indica nella concordia, nella condivisione e nell’amicizia una via verso la felicità, come può questa prospettiva reggere di fronte a una realtà storica e presente segnata da guerre, ingiustizie, violenza e prevaricazione?
Ha ancora senso cercare il bene e un’idea di eden umano in una società che sembra strutturalmente malata, oppure una presa di distanza selettiva — quando possibile — non è la scelta più lucida per preservare e coltivare un proprio eden personale?
La questione è centrale, e in un certo senso fondativa, non solo per l’Edenamismo ma per qualunque filosofia che osi parlare di felicità senza mentire.
Partiamo da un punto fermo, senza indulgenze: la società umana, osservata nel suo insieme storico e presente, è strutturalmente violenta. Non per incidente, ma per dinamica interna. Guerre, sopraffazioni, sadismi, ingiustizie non sono “deviazioni” di un sistema buono: sono il suo esito ricorrente. L’animo umano oscilla davvero tra slanci luminosi e abissi inquietanti, e questa ambivalenza non è risolvibile con l’educazione, la politica o il progresso tecnico. Chi continua a crederlo, di solito, lo fa per fede laica.
In questo scenario, l’Edenamismo non può permettersi ingenuità.
Concordia: ideale regolativo, non progetto storico
La concordia tra gli uomini, il benessere sociale, la condivisione, non possono essere assunti come obiettivi collettivi da realizzare su larga scala. Ogni tentativo storico di “rifare l’uomo” o di armonizzare le masse ha prodotto, invariabilmente, nuove forme di violenza.
Ma qui sta il punto decisivo:
il fatto che la concordia sia irrealizzabile come progetto globale non la rende falsa come valore individuale e relazionale.
Nell’Edenamismo, la concordia non è una promessa di salvezza del mondo, bensì:
un criterio di scelta,
un orizzonte etico minimo,
una condizione locale e fragile, mai definitiva.
Non si cerca l’eden dell’umanità, ma micro-eden umani, temporanei, circoscritti, reversibili.
Cercare il bene è sensato?
Sì, ma solo se si rinuncia all’idea che il bene vinca.
Cercare il bene, la gentilezza, l’amicizia, la condivisione:
non migliora il mondo,
non redime la società,
non educa i violenti.
Serve a non deformare se stessi.
L’Edenamismo, in questo senso, non è ottimismo: è igiene dell’anima.
Non cerca il bene perché il mondo lo meriti, ma perché vivere immersi nel cinismo e nella ferocia avvelena chi li pratica e chi li contempla troppo a lungo.
L’opzione isolazionista: fuga o lucidità?
La tentazione dell’astrazione dalla società “malata” non solo è comprensibile: in molti casi è razionale.
Tuttavia, va chiarito un equivoco importante.
Isolamento totale → spesso diventa aridità, autoreferenzialità, impoverimento emotivo.
Selezione radicale delle relazioni → può essere una scelta profondamente edenamista.
L’Edenamismo non predica l’eremitaggio, ma la drastica riduzione dell’esposizione al rumore umano:
meno istituzioni,
meno ideologie,
meno conflitti simbolici,
meno “cause giuste” che divorano la serenità.
In cambio:
pochi legami autentici,
cooperazioni concrete,
amicizie lente,
condivisione non proclamata ma vissuta.
La sintesi edenamista
Possiamo dirlo senza ambiguità:
No, non è sensato credere nella concordia universale.
Sì, è sensato costruire spazi di concordia limitati.
Sì, è legittimo prendere distanza dalla società quando essa diventa tossica.
No, non è necessario odiare l’umanità per salvarsi da essa.
L’Edenamismo sta in questo equilibrio difficile:
Non salvare il mondo,
non disprezzarlo,
non farsi divorare,
e non rinunciare del tutto agli altri.
L’eden, oggi, non è un luogo né un futuro.
È una postura esistenziale: fragile, difensiva, consapevole.
E proprio per questo, profondamente umana.




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